Scrittrici. Maria Messina, Palermo 1887 – Masiano Pistoia 1944 (Ester Rizzo)

Nel cosiddetto quint'anno delle magistrali (il nome ufficiale era anno propedeuticoall'Università) non c'erano programmi rigidi da seguire, anzi la gestione in comune dei corsi da parte del Provveditorato e da parte dell'Ateneo incoraggiava la scelta monografica, purché centrata su argomenti con vaste implicazioni e in grado di affinare il metodo di studio. 
Vi ho insegnato in alcuni anni Storia, in altri Italiano. Un anno – addirittura – mi assegnarono Italiano in uno dei due corsi e Storia nell'altro. 
Erano gli anni Ottanta, per molti versi pessimi, ma non si era ancora esaurita la spinta di rinnovamento culturale che veniva dal nuovo femminismo e investiva molte discipline. Il fatto che nel quint'anno gli studenti fossero soprattutto donne, giovani maestre elementari, spingeva pertanto a scegliere temi in cui trovava posto la “differenza di genere”. 
Uno dei corsi ebbe come tema il rapporto uomo-donna nel romanzo italiano fra Ottocento e Novecento. Scegliemmo una quindicina di romanzi, uno per settimana. Rammento Il marito di Elena di Verga, Amore e ginnastica di De Amicis, Una donna di Aleramo, Un matrimonio in provincia della Marchesa Colombi, Senilità di Svevo, Canne al vento di Deledda, L'esclusa e Giustino Roncella... di Pirandello, Con gli occhi chiusi di Tozzi, Teresa di Neera e La casa nel vicolo di Maria Messina. 
Imparai molto da quelle letture e da ragazze. Ricordo in particolare una analisi intelligente e rigorosa del libro della Messina, da poco riscoperto e rieditato dalla signora Elvira Sellerio nella prestigiosa collana blu diretta da Leonardo Sciascia. (S.L.L.)
Maria Messina
Così la ricorda la nipote, la scrittrice Annie Messina: “Una giovane donna minuta con un visino pallido dai grandi occhi luminosi,incorniciato da una massa di fini capelli castani. La sua fragilità celava una forza d’animo non comune, la forza che le ci era voluta per denunciare, lei signorina di buona famiglia che avrebbe dovuto ignorare certe vergogne, quello che si celava dietro la facciata di case rispettabili, in cui la donna era tenuta in uno stato di soggezione prossimo alla schiavitù”.
Maria Messina fu una grande scrittrice di cui, dopo la morte avvenuta nel 1944, si perse il ricordo. La memoria letteraria è stata molto avara nei suoi confronti, solo dopo la ristampa di alcune sue opere nel 1980 e l’attenzione di Leonardo Sciascia, si aprì uno squarcio sul silenzio che la circondava.
Era nata a Palermo il 14 Marzo del 1887 da Gaetano e Gaetana Valenza Traina. Nel 1903 si trasferì con la famiglia a Mistretta e lì visse fino al 1909. La maggior parte delle sue opere risentono delle atmosfere di quel luogo, nel cuore dei Nebrodi, della provincia messinese. In seguito si spostò in varie parti d’Italia per seguire il padre che era un ispettore scolastico: in Umbria, nelle Marche, in Toscana e infine si stabilì a Napoli.
A vent’anni fu colpita dalla sclerosi multipla, malattia che la costrinse a condurre una vita schiva, quasi sempre tra le pareti domestiche.
Intrattenne intensi rapporti epistolari con Giovanni Verga ed Ada Negri. Quest’ultima curò la prefazione ad una sua raccolta di novelle del 1918 Le briciole del destino e pur non avendola mai incontrata le scrive: “Mia piccola sorella Maria, non ti conosco fisicamente ma mi sembra di conoscere bene la tua grande anima”.
Tra le sue raccolte di novelle ricordiamo Pettini fini del 1909, Piccoli gorghi del 1911 e Personcine e Ragazze siciliane del 1921.
Fu anche autrice di libri per ragazzi e ragazze: Cenerella, I figli dell’uomo sapiente, Il galletto rosso e blu e Il giardino dei Grigoli.
Il suo primo romanzo Alla deriva è del 1920 e da lì parte la sua cifra stilistica che fotografa e racconta una società provinciale, perbenista, rassegnata alle forme da rispettare e che fa emergere la donna come “una vinta tra i vinti”, un essere passivo in una condizione di “muta e drammatica subalternità”.
In un altro suo romanzo, La casa nel vicolo, la scrittrice mette in risalto una donna sottomessa alla famiglia patriarcale siciliana, a cui è negata ogni autonomia e da cui ci si attende solo fedeltà ed obbedienza cieca. Questa sua denuncia la troviamo in tutti i suoi romanzi, la donna come “pupattola di cencio” che non ha voce per gridare i diritti negati di libertà ma che si salva estraniandosi da sè e dalla propria quotidianità.
Leggere le sue pagine significa ritrovarsi all’interno di povere e misere case, nei vicoli dove le donne si radunavano a cucire, nei balconcini dove sbocciavano margherite, gerani e giunchiglie, e ancora panorami di frumento, poggi e colline ondulate. E poi ci si immerge nelle trame delle vite di nonne sagge, di padri despoti e duri, di madri silenziose, di sorelle, cugine, amiche accomunate da destini scelti da altri. Si entra, quasi in punta di piedi, nelle cucine con i grandi focolari e il profumo del pane o dei dolci appena sfornati, nelle stanze da letto con piccole culle che ondeggiano, in piccoli viottoli freschi ed ombrosi punteggiati da edicole votive in onore di santi e madonne. E in questi ambienti spesso si stagliano figure femminili “pallide, magroline, vestite di nero” a cui a volte non era neanche permesso studiare dalle monache, perché le fanciulle andavano custodite e il padre “voleva formarle lui, a suo modo, docili, semplici, ignoranti, senza desideri, come debbono essere le donne”.
Per alcuni critici letterari le opere di Maria Messina possono essere inserite nel filone narrativo seguito da Verga, Capuana e Pirandello. In effetti nei suoi primi scritti si rintraccia l’influenza verghiana ma in seguito la sua arte narrativa assume un’identità autonoma, con un verismo in cui gli avvenimenti impattano soprattutto l’animo femminile.
Leonardo Sciascia la definì invece una “Mansfield siciliana” per i suoi racconti realistici e l’interesse verso la quotidianità.
Così le scrisse Ada Negri dopo aver accettato di scrivere la prefazione de Le briciole del destino: “le briciole del destino: avare e magre, sprezzanti ed anonime, che la vita getta con distratto compatimento agli Umili…tu hai voluto studiare questi cantucci di umanità che sanno di vecchia polvere, di vecchi stracci abbandonati, di vecchie ragnatele, di vecchie lacrime rancide: Tu vi sei riuscita piccola sorella Maria. Come?…Non so”.
Maria Messina morì il 14 Marzo del 1944 a Masiano, una frazione a pochi chilometri da Pistoia, in una casa di contadini dove si era rifugiata per sfuggire ai bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Nel 2009 i suoi resti mortali sono stati traslati dal cimitero di Pistoia a quello di Mistretta, ove oggi riposa accanto alla sua amata madre.


Da “Enciclopedia delle donne”

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