Angelo nero? Tasca, un ordinovista a Vichy (Nicola Tranfaglia)

Angelo Tasca
È strano, ma ancor più indicativo di un certo spirito del tempo (o forse dell' atteggiamento dei mass media nella loro grande maggioranza) che i Quaderni e documenti inediti di Angelo Tasca. Vichy 1940-1944, pubblicati come il n. 24 degli Annali Feltrinelli (pagg. 750, lire 100.000) e di cui discutono oggi all' École Francaise di Roma Luciano Cafagna, Renzo De Felice, Giulio Sapelli e il curatore Denis Peschanski, abbiano fino ad oggi destato così scarsa attenzione nella grande stampa quotidiana e settimanale (se si esclude un intervento di Leo Valiani sul Corriere della Sera). È strano, dicevo, trattandosi di documenti di eccezionale interesse: non soltanto perché illuminano adeguatamente un momento importante dell'esistenza e dell'itinerario politico di uno dei protagonisti del movimento comunista italiano prima, e poi di quelli socialisti italiano e francese, ma anche perché ci aiutano a comprendere meglio quanto accadde nella Francia occupata dai tedeschi; quella Francia dove tanti italiani antifascisti avevano trascorso da esuli il quindicennio che va dalle leggi eccezionali fasciste allo scoppio della seconda guerra mondiale. In questi documenti, osserva nell'introduzione lo storico francese Francois Bédarida, emerge con una chiarezza cruda, ma prodigiosamente istruttiva, il mondo politico di Vichy in tutti i suoi particolari. Lo storico vi troverà una gran quantità di informazioni e una sconcertante galleria di ritratti umani.
Bédarida non ha torto: raramente mi è capitato di leggere nei libri pur interessanti di Paxton, Amouroux e Azéma su Vichy, analisi e descrizioni così vive e penetranti della progressiva dissoluzione del tentativo operato dalla destra francese, cui si unirono alcuni socialisti, tra cui appunto Angelo Tasca, di creare tra il Terzo Reich e le potenze alleate una terza forza legata al rinnovamento della Francia: un rinnovamento che, nel disegno di alcuni dei suoi protagonisti, avrebbe dovuto coniugare la difesa dell'identità nazionale con la creazione di un nuovo ordine sociale, e che invece sfociò nel collaborazionismo filonazista, nella caccia spietata alla Resistenza, nel crollo finale insieme con la Wehrmacht. Con i suoi quaderni e le sue ricchissime note politiche e personali, con i suoi interventi sul giornale collaborazionista “L'effort”, con il suo lavoro al Ministero dell' Informazione di Vichy (e grazie alla sua ben nota mania archivistica), Tasca è nello stesso tempo un eccezionale testimone e un attore della tragedia che si consuma nei quattro anni dell'occupazione della Francia. Nessuno, di fronte ai documenti provenienti dal suo archivio privato, potrebbe sostenere oggi che egli rimase estraneo, o in posizione marginale, nell'esperimento della Francia di Pétain; ma il dibattito è ancora aperto sia sulle ragioni che portarono l'antico compagno di Gramsci, di Terracini e di Togliatti a scegliere di restare a Vichy piuttosto che unirsi al maquis o imbarcarsi per l' Africa del Nord con De Gaulle e una parte della classe dirigente francese, sia sul significato che ebbe, in questo quadro, l'opera svolta dallo stesso Tasca a favore della Resistenza belga, che gli valse a guerra finita la croce di cavaliere dell'ordine di Leopoldo I. Già lo studioso americano Alexander De Grand, in una sua recente biografia del socialista torinese (Angelo Tasca. Un socialista scomodo, Franco Angeli, pagg. 266, lire 24.000), che si segnala per la piena utilizzazione dell' archivio privato del protagonista, ma anche per una certa fragilità interpretativa sui problemi di fondo, aveva messo in luce alcune delle ragioni che condussero Tasca ad aderire a Vichy. Innanzitutto, l'anticomunismo maturato intorno alla grande crisi, quando Tasca era stato espulso dal partito comunista d' Italia; un anticomunismo che era insieme avversione allo stalinismo e ai suoi metodi e rifiuto totale del marxismo (ed era stato alla base dello scontro, all'interno del Psi, con Pietro Nenni). Quindi la critica durissima alla democrazia parlamentare, anzi si potrebbe dire alla democrazia tout court, che gli faceva pensare alla necessità di uno Stato forte, non dominato dai partiti di massa ma affidato ad élitesche avessero quasi le caratteristiche di un Ordine e che partissero in crociata per il rinnovamento degli spiriti, dei costumi, delle istituzioni. Su tutto, poi, la necessità di rompere decisamente con il passato della Terza Repubblica e di puntare su una rivoluzione nazionale quale poteva essere, nelle sue illusioni, l'esperimento di Vichy.
Ma per comprendere meglio, e dall'interno, l'itinerario di Tasca, e allo stesso tempo il mondo politico e culturale francese cui egli si sentiva sempre più legato (allontanandosi in questo dall'antifascismo italiano di cui per oltre un decennio aveva fatto parte, e in posizione non marginale), vale la pena scorrere i suoi scritti pubblicati nel volume degli Annali Feltrinelli, e insieme alcuni saggi che li precedono; in modo particolare, oltre all'introduzione di Bédarida, gli articoli di Peschanski, Sadoun e in ultimo di Alceo Riosa, che negli anni scorsi ha scritto un libro interessante sulla giovinezza di Tasca fino agli anni dell'Ordine Nuovo e della fondazione del partito comunista d'Italia. Dall' insieme di questi testi si ricavano altri elementi di rilievo sulla situazione francese nella seconda metà degli anni Trenta e di fronte alla drole de guerre, quella angosciosa parentesi che va dallo scoppio del conflitto all'attacco alla Francia da parte dei tedeschi e in un secondo momento degli italiani. Innanzitutto, la divisione e quasi la disgregazione della Sfio, cioè del partito socialista francese, lacerato prima dalle eresie interne, poi dalle strade diverse che le sue correnti assumono di fronte ai comunisti, alla guerra, a Pétain. Tasca, che in quegli anni partecipa sia alle vicende del socialismo francese sia a quelle del socialismo italiano, è vicino ai neosocialisti, a chi mette più chiaramente in discussione le radici marxiste e la vicinanza all'Urss come primo paese socialista. Non è l'unico all' interno di quella corrente a sognare l'esperimento di Vichy come un'occasione tragica ma che potrebbe essere feconda per ricominciare da zero, anche se non si spinge mai - come anche questi documenti dimostrano - ad esaltare la Germania nazista (ciò che faranno invece i Déat e i Doriot).
Un altro dato significativo che si ricava dai Cahierse dalla corrispondenza di Tasca è il suo accostarsi a una visione religiosa, meglio ancora cristiana, del nuovo socialismo da rifondare. Di qui il suo dialogo ininterrotto in quegli anni con Ignazio Silone, anche lui transfuga dall'avventura comunista. E per questa via si spiega, almeno in parte, la stretta collaborazione di Tasca con Henri Mosset, un conservatore nazionalista che lavora a Vichy sulla base di motivazioni analoghe: la lotta all'Urss e ai comunisti, la speranza di salvare la Francia dall'occupazione totale dei nazisti.
Insomma, Angelo Tasca malgrado la sua avversione per il fascismo italiano e per la Germania nazista era destinato a giungere in quegli anni a una visione del mondo che dal fascismo non si distanziava in maniera decisiva. Come quando, in una lezione tenuta nell'aprile 1943 per il Segretariato generale della Propaganda di Vichy, cerca di delineare una terza via tra lo Stato liberale e quelli totalitari (come la Germania nazista e l'Urss) e afferma testualmente: “Credo personalmente che la democrazia parlamentare sia sbagliata fin dalle sue stesse fondamenta. L'elemento politico è l'elemento superiore della coscienza collettiva delle nazioni che dobbiamo ritrovare in ogni cittadino; non credo che la ritroviamo allo stesso grado, soprattutto nella fase storica attuale, presso tutti gli elementi; e la finzione del voto uguale per tutti i cittadini, che offrirebbe, per un semplice calcolo matematico di maggioranza, la scelta migliore e uomini destinati a rappresentare la collettività e i programmi che questi uomini devono realizzare, non offre alcuna garanzia”. O come quando giunge a sostenere che “soltanto la borghesia è una forza storicamente attiva”. Alla fine dei loro saggi, sia Riosa che De Grand si chiedono quale giudizio si possa dare, in sede storica, di Angelo Tasca e in particolare del ruolo che egli ebbe a Vichy: dove fu, malgrado l'intesa segreta con la Resistenza belga (che altri studiosi hanno interpretato come un classico doppio gioco) attivo e significativo a favore della Francia collaborazionista. Secondo l'opinione di Riosa, gli errori di Tasca non furono la conseguenza di un disimpegno né il risultato di un tradimento, ma piuttosto l'espressione di chi rischiò di smarrirsi troppo in alto mentre molte altre coscienze non persero di vista la direzione della storia. De Grand, dal canto suo, sostiene che la vita di Tasca sfugge a categorie nette. Non era né un eroe né un farabutto. Più di ogni altra cosa fu un isolato... uno dei personaggi più tristi di quella generazione di esuli, quella che non sarebbe mai potuta rientrare in patria. Mi pare che in entrambi i giudizi ci sia qualcosa di vero; ma non vedo perché non si debba prendere atto, a distanza di quarant'anni da quegli avvenimenti, e di fronte a una documentazione ormai esauriente, che il ripudio del marxismo, l'avversione viscerale per i comunisti, l'illusione di poter conciliare nazione e socialismo in una nuova sintesi improvvisata, condussero Angelo Tasca a lavorare per i fascisti, a sognare una rivoluzione nazionale nello stesso periodo in cui la Germania nazista, con i suoi satelliti, metteva l' Europa a ferro e fuoco e massacrava milioni di esseri umani.


“la Repubblica”, 7 maggio 1987  

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